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giovedì 18 giugno 2015

L'Università

Non so come siano quelle estere, ma le università italiane, da nord a sud sono sempre le stesse.
L’università è per definizione un ente di diritto pubblico e privato, operante nel campo dell’istruzione superiore, della ricerca e delle attività culturali.
Purtroppo questa definizione forse andava bene per il passato, quello che vedo io oggi è un luogo di corruzione, dove i voti e gli esami sono venduti al miglior offerente e dove le solite conoscenze e i soliti sorrisi gratis fanno da padrone.
Mi sono laureata a ventiquattro anni in economia, non è stato facile, ma ho conseguito quel traguardo, sebbene la strada per raggiungerlo sia stata lunga e tortuosa.
Per evitare querele o problemi di ogni tipo mi limiterò a raccontare gli episodi e non citerò nomi e cognomi delle persone interessate, sebbene siano impressi a caratteri cubitali nella mia mente.
Le cose mi sono state chiare sin dal principio. Già al primo esame ho assistito a uno squallido dialogo tra il professore e uno dei suoi tanti corsiti (figlio di un docente della stessa università): “Ti prego, rispondi almeno a una domanda o dimmi un argomento a piacere, lo sai che non posso darti meno di trenta!”
A quel punto in una nazione civile dove c’è un minimo di giustizia sarebbe stato normale che gli altri ragazzi in attesa di essere giudicati avessero chiamato le forze dell’ordine e avessero denunciato il professore, ma ciò non è accaduto, perché se ti permetti di fare una cosa del genere in un’università italiana andando a sconvolgere l’equilibrio clientelare che si è creato, sarai bandito dall’università e mai riuscirai a conseguire una laurea. Ingoi in silenzio il trenta del figlio del professore che sorride come un ebete sicuro di sé, mentre tu raggiungi a stento un venticinque dopo aver studiato notte e giorno, alternando lo studio a un sottopagato lavoro in nero.
Venticinque esami, uno dopo l’altro, tutti con una cosa in comune: i raccomandati.
E’ davvero deprimente vedere che su venticinque esami che ho preparato nessuno dei miei professori è stato onesto e leale fino in fondo, nessuno ha saputo dire di no a quello scansafatiche che ha rubato una laurea a discapito di chi l’ha sudata e sognata con tanto ardore.
Purtroppo qui non vale la regola del tanto non importa un laureato in più o uno in meno non fa differenza perché poi sarà il mondo del lavoro a operare la vera selezione, perché in Italia non è così, il mondo del lavoro, in nessun ambito opera una selezione, il mondo del lavoro recepisce delle direttive e assume personale incompetente con curriculum creati appositamente da menti eccelse attraverso le opportune conoscenze e i soliti scambi di favori.
Ma torniamo agli esami e a uno degli episodi più raccapriccianti che possono capitare a una ragazza che arriva con tanti sacrifici all’università ansiosa di conquistare un titolo e far finalmente valere le proprie capacità.
Ce ne erano stati altri di esami e tutti con la stessa routine: seguire i corsi, ingoiare rospi, vedere gente impreparata uscire con un libretto pieno di voti altissimi.
Ogni volta che superavo un esame lo depennavo dal mio piano di studio, era bello cancellarlo, perché lo avevo superato, ma sapere che avevo preso un voto che forse avrebbe potuto o dovuto essere più alto ti lascia quella sensazione di amaro in bocca, come quando guardi un bellissimo dolce al cioccolato nella vetrina di una pasticceria, lo mangeresti, ma sei a dieta, quindi entri nel primo supermercato e compri una di quelle barrette dietetiche, hanno il sapore di un dolce, ma non danno quel senso di appagamento di una qualsiasi prelibatezza.
Dicevo a me stessa guardando il libretto che il prossimo esame sarebbe andato meglio e che prima o poi avrei avuto l’occasione di rivalermi e quell’occasione di trionfare arrivò presto, ma non era quella che volevo io.